Immacolata in gloria con la Trinità, Santi e Angeli

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Immacolata in gloria con la Trinità, Santi e Angeli
Olio su tela, cm 133,5×85

La tela, firmata e datata al centro in basso “M. de Napoli 1853”, rappresenta la versione più vicina al grande affresco sottovolta dipinto da Michele De Napoli per la Cattedrale di Capua, su commissione dell’arcivescovo Giuseppe Cosenza. Il valore artistico dell’opera eguaglia quello di documento storico in quanto ci consente di avere idea del maestoso affresco (grande poco più di palmi 34), assai apprezzato e celebrato dai contemporanei, purtroppo andato distrutto, insieme ad altri dipinti del nostro e dei pittori chiamati a Capua dall’illuminato porporato, nel bombardamento del 1943.
La scena paradisiaca si apre, in basso, con il mondo in gran parte nascosto dalle nubi, accanto al quale, sulla destra in lontananza, si intravedono le figure dei progenitori Adamo ed Eva riversi al suolo. I soffici banchi di nubi, su cui sono disposti, su piani differenti e atteggiati in gesti più o meno solenni e tutti confluenti alla Vergine, santi e profeti, costituiscono il trait d’union di tutta la composizione e raccordano le parti del dipinto. I toni freddi e azzurrognoli della base gradualmente sfumano sino a farsi luminosi e dorati nella parte alta, specie intorno all’immagine della Madonna, fulcro della costruzione, alla quale convergono gli sguardi e i gesti e con essi i pensieri e la devozione, delle schiere celesti. A sinistra, in primo piano e con una veste verde dalle cangianti luminescenze, da inizio alla sequela Mosè che ha momentaneamente riposto le tavole della Legge per orientare il gesto solenne alla Vergine. Segue, seduto e di spalle, S. Giovanni Battista dall’anatomia ben definita e parzialmente coperta dal mantello rosso; in sequenza quelle riconoscibili di Davide, Paolo, Pietro in abiti pontifici e triregno. Tra i santi riconoscibili si segnalano Gerolamo, Tommaso d’Aquino, Giuseppe, Gioacchino, Anna che erge uno specchio. Al centro delle schiere angeli disposte a circolo, su candida nube è posta Maria, dal volto di fanciulla e con fluente chioma bionda sulle spalle, vestita di bianco e avvolta in un mantello azzurro, sotto i piedi la falce di luna nascente e con le braccia riunite al petto mentre con la mano destra regge il giglio dell’annuncio angelico e simbolo dell’immacolato concepimento. Alla sommità del dipinto la gerarchia divina si conclude con il Padre Eterno nel gesto del supremo artefice, dello Spirito Santo in sembianza di colomba, di Gesù Cristo che indica la Madre e sorregge il vessillo crocesignato della vittoria. La fonte d’ispirazione che guida la costruzione dell’opera è costituita dai “suggerimenti” di S. Bernardo a Dante, come riportati nel XXXII canto del Paradiso nella Divina Commedia (Paloscia 1898, p. 8-11).
Se nell’immagine della compostissima Maria, la prescelta avvolta da luce divina, tutta spirante umiltà e bellezza interiore prima che fisica, è possibile riconoscere le suggestioni dei Nazareni, il resto del dipinto colpisce per la “gaiezza tutta settecentesca di scenografia e colore” tanto che “alcuni primi piani, picchiettati di tocchi luminosi, ed alcuni gruppi di fondo, resi quasi in monocromato, ricordano la maniera di Corrado Giaquinto” (D’Orsi 1939, p. 43), pittore conterraneo studiato sicuramente, durante il soggiorno romano, nelle splendide volte di Santa Croce in Gerusalemme o di S. Lorenzo in Damaso o di altre chiese romane, e di cui nella stessa Terlizzi aveva avuto modo, sin da bambino, di ammirare la splendida Adorazione dei pastori nella chiesa del Purgatorio.
Il cardinale arcivescovo di Capua Giuseppe Cosenza, “conceputa la felicissima idea di por mano lussuosamente al gran Ristauro della Cattedrale” chiamò a raccolta le migliori firme della capitale per fare della sua principale chiesa la scuola delle arti napoletane del XIX secolo “come per le Italiane del XV mostrasi il duomo di Firenze”; al maggiore dei pittori, il “famigeratissimo” e “sommo Artista” Michele De Napoli, riservò l’esecuzione del grande affresco sottovolta del “celeste trionfo della Concezione di Maria Vergine”. Volle così magnificare il grande avvenimento della proclamazione del dogma da parte di Pio IX con la bolla Ineffabilis Deus (1858), cui lo stesso porporato aveva partecipato a Roma, “con grandioso dipinto, che tutto avesse ad abbracciare il passato ed il presente in rapporto ad esso Concepimento di Maria”. E l’opera, comprendente anche due ottagono, dovette riuscire di una tale soddisfazione per i committenti e per il popolo che gli elogi e le dimostrazioni furono di grande ammirazione: “Non può negarsi d’aver egli dato alla sua opera l’impronta di quel fare grande, sciolto e sicuro, che è proprio de’ grandi maestri: e che lo sviluppo e la gradazione delle sue tinte armoniose, nobili ed espansive nell’insieme riesce di un effetto singolarissimo, dirò quasi meraviglioso” (G. Jannelli, Sacra guida ovvero descrizione storica artistica letteraria della Chiesa Cattedrale di Capua, Napoli 1858, p. 209). I due ottagoni, di cui esistono bozzetti nella Pinacoteca, raffiguravano rispettivamente la prefigurazione di Maria nell’Antico Testamento con l’episodio di Elia che invoca la pioggia sui campi resi sterili dall’infedeltà del popolo di Dio (la nuvoletta che sorge dal mare gravida di pioggia è stata riconosciuta dagli esegeti come la Vergine Maria che sarebbe venuta per portare in grembo il Salvatore del mondo) e Pio IX che promulga il dogma dell’Immacolata Concezione.
F.D.P.

Bibliografia: N. Paloscia, Catalogo illustrativo della Pinacoteca De Napoli, Bitonto 1898, n. 31; M. D’Orsi, Catalogo della Pinacoteca De Napoli in Terlizzi, Bari 1939, pag. 10 e n. 163, tav. XVII; L. Dello Russo, L’Idea, la Natura e il Manichino ovvero la pittura di Michele De Napoli, in L. Dello Russo, V. Bernardi, Michele De Napoli, Terlizzi 1998, pag. 21, tav. IX.
Scheda Catalogo Generale Soprintendenza BSAE della Puglia: 1600004314, Ch. Farese Sperken, 1974